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Il Cervello in ascolto l intreccio tra udito e declino cognitivo

 Cervello in ascolto
04 luglio 2017
Categoria Udito e Ipoacusia

Il Cervello in ascolto: l’intreccio tra udito e declino cognitivo

Il rapporto scientifico promosso da Amplifon in collaborazione con il Centro Ricerche e Studi, mette in luce un legame bidirezionale tra calo dell’udito e demenza, due emergenze sociali che oggi colpiscono milioni di persone in tutto il mondo.

Secondo quanto emerge dal rapporto “Il cervello in ascolto – Lo stretto intreccio tra udito e abilità cognitive”, promosso da Amplifon in collaborazione con il Centro Ricerche e Studi, a oggi, nel mondo, 360 milioni di persone convivono con un calo dell’udito e 47 milioni con una forma di demenza, numeri sconcertanti destinati a raddoppiare (720 milioni con un disturbo uditivo) e quasi a triplicare (131 milioni con demenza) entro il 2050, anche a causa del progressivo incremento dell’aspettativa di vita.

La relazione tra udito e declino cognitivo

I dati delle più recenti ricerche scientifiche indicano che l’esposizione ai suoni non solo “accende” la corteccia uditiva localizzata nel lobo temporale, ma si collega a molte funzioni presenti in aree cerebrali diverse, contribuendo a un’attivazione e a una stimolazione funzionale generalizzata del cervello. I problemi di udito infatti possono aumentare di oltre 3 volte il rischio di demenza e come, d’altra parte, le persone con un deficit cognitivo presentino in 3 casi su 4 anche un calo dell’udito.

Nonostante ciò, le origini della relazione tra ipoacusia e declino cognitivo non sono del tutto chiare, ma è certa la sua natura bidirezionale: da un lato una perdita di udito comporta una riduzione del volume della corteccia cerebrale e delle diramazioni neuronali che risultano sotto-stimolate nella ricezione dei suoni, oltre a un “affaticamento” generale del cervello, dall’altro un peggioramento cognitivo facilita la comparsa di un disturbo nella percezione del suono e nella comprensione verbale. Si stima così che il deficit uditivo possa ridurre, anche di oltre il 30%, l’efficienza di altre abilità cognitive, aumentando il rischio di una precoce compromissione di funzioni come l’attenzione, la memoria e le capacità strategico-esecutive.

Altri studi invece puntano il dito contro l’isolamento sociale: le difficoltà comunicative connesse a un deficit uditivo possono favorire la solitudine delle persone, un fattore di rischio riconosciuto per la comparsa di disturbi cognitivi. 

Infine, si ipotizza che una stessa malattia microvascolare possa favorire l’insorgenza sia di ipoacusia che di alcune forme di demenza.

Come intervenire per rallentare ipoacusia e declino cognitivo?

Intervenire tempestivamente con una soluzione acustica permette di rallentare il declino cognitivo e di migliorare le performance generali degli individui: la valutazione della giusta amplificazione acustica, in base allo stile di vita, alle singole esigenze ma anche in base alle capacità cognitive di ogni persona, si associa a un declino cognitivo più lento in un arco di 25 anni permettendo di mantenere una buona funzionalità cerebrale. Si stima, dunque, che rallentare di un solo anno l’evoluzione dell’ipoacusia possa portare a una riduzione del 10% del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale.

04 luglio 2017

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